Per fisioterapisti e studi di riabilitazione
Non curo nessuno. Lavoro dove il vostro lavoro finisce.
Il dolore è passato, il ciclo è chiuso, la persona è dimessa. E poi torna, sei mesi dopo, con lo stesso problema nello stesso punto — perché nel frattempo ha continuato a muoversi come si muoveva prima. Quella fase lì non è terapia: è educazione al movimento.
Il confine, prima di tutto il resto
Cosa non faccio, e non farò mai
Non sono un professionista sanitario e non mi propongo come tale. Non faccio diagnosi, non tratto patologie, non intervengo sul dolore acuto, non prescrivo, non valuto quadri clinici e non seguo nessuno durante un percorso riabilitativo in corso.
Lavoro solo con persone già dimesse, e solo se siete voi a ritenerlo opportuno. Se durante un incontro emerge qualcosa che assomiglia a un sintomo, la persona torna da voi: è una regola, non una cortesia.
La fase che resta scoperta
Voi riportate un tessuto a funzionare, restituite forza e articolarità, spegnete il dolore. Quello che nessun ciclo riabilitativo può fare in poche settimane è cambiare l’abitudine con cui quella persona usa il corpo da vent’anni: quale gamba carica quando aspetta, quale spalla porta sempre il peso, da che lato parte ogni gesto.
È l’abitudine che spesso ha portato lì il carico in primo luogo, e che quasi sempre resta intatta a fine percorso. Non è un vostro limite: è semplicemente un’altra categoria di lavoro, che richiede tempo e ripetizione consapevole.
Due modi di lavorare insieme
In entrambi i casi il rapporto è con voi, non con il paziente: siete voi a decidere chi, quando e se.
Uno strumento di lettura in più
Formo il vostro team a riconoscere da che lato nasce il movimento e a leggere il rimbalzo — un marcatore osservabile, non uno strumento diagnostico. Resta a voi decidere cosa farne dentro il vostro protocollo. La competenza rimane nello studio anche dopo.
Sessioni educative, su vostra indicazione
Accolgo chi avete già dimesso e che ritenete pronto: novanta minuti sul gesto quotidiano, non sulla lesione. Vi riferisco cosa ho osservato, e se qualcosa non mi torna la persona torna da voi.
Su cosa poggia, e come potete smontarlo
Il metodo nasce da una tesi sperimentale in filosofia e da una ricerca con ipotesi dichiarate, marcatori osservabili e criteri di falsificazione espliciti. Non ci sono studi clinici alle spalle e non pretendo che ci siano: è una proposta educativa, e la presento come tale.
Se avete voglia di metterla alla prova con criteri vostri, è esattamente ciò che mi interessa di più. La ricerca, con i documenti e il DOI →
Cosa ci guadagna lo studio
Una risposta a chi torna sempre uguale
Alla persona che si ripresenta con lo stesso quadro potete proporre qualcosa che agisce sull’abitudine, invece di ripetere il ciclo.
Un marcatore in più da osservare
Il rimbalzo è osservabile in venti secondi e non richiede strumenti. Sta a voi decidere se e come integrarlo nella valutazione funzionale.
Una destinazione dopo la dimissione
Invece di lasciare la persona senza indicazioni, avete un passaggio educativo da suggerire — e resta nella vostra rete.
Un approccio che vi distingue
Pochi studi offrono una fase educativa strutturata dopo il ciclo. È una cosa che si racconta bene e che dice come lavorate.
Partiamo così
Un incontro con il vostro team, gratuito.
Prima di qualunque accordo: un’ora con voi, in cui mostro il marcatore, spiego dove finisce il mio campo e rispondo alle obiezioni — che in questo settore sono legittime e me le aspetto. Poi decidete voi se ha senso.
Parliamone
Scrivetemi due righe: che studio siete, quante persone ci lavorano e quale sarebbe secondo voi il punto di contatto. Se pensate che non ci sia, ditemelo pure: è un’informazione utile.
Oppure direttamente: 375 673 9760 · [email protected]
Se sei una persona con un dolore in corso: questa pagina non fa per te. Rivolgiti al tuo medico o a un fisioterapista.
Un corpo • Due lati • Una scelta