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Fondamenta

Lateralizzazione elettiva: cos’è, e perché non è ambidestria

Jacopo Fedeli · 10 min di lettura

Lateralizzazione elettiva: una figura vitruviana a quattro braccia e quattro gambe; su ogni lato del corpo gli arti alternano ambra e giada nelle due pose, a mostrare che ciascun lato può condurre
In breve

La lateralizzazione elettiva è la capacità allenata di scegliere quale lato del corpo far condurre in un gesto, invece di subirne uno per abitudine. Non abolisce la dominanza né impone la simmetria: la trasforma in una scelta. È il termine con cui l’Educazione Bilaterale distingue l’ambidestria vera — potuta e scelta — dalla semplice destrezza doppia.

C’è una parola che manca al vocabolario del corpo. Abbiamo «destrimane» e «mancino» per chi ha un lato obbligato; abbiamo «ambidestro» per chi sembra non averne. Ma manca il nome per la cosa più interessante: non avere due lati uguali, ma poter decidere, gesto per gesto, quale far condurre. Quella capacità ha ora un nome: lateralizzazione elettiva.

La definizione

Cos’è la lateralizzazione elettiva

L’aggettivo è scelto con cura. Elettivo viene dal latino eligere, scegliere — la stessa radice di «elezione» e di «materia elettiva»: qualcosa che si elegge, non che si subisce. La lateralizzazione elettiva è dunque una lateralità che si sceglie. Non un lato in meno, non due lati resi identici: un lato in più da poter chiamare in causa, e la libertà di decidere quale.

Il punto decisivo è questo: non è uno stato, è un’operazione. Non «sono lateralizzato in modo elettivo» come si direbbe «sono destrimane». La si compie, gesto per gesto, come si tiene desta l’attenzione. Ci torneremo, perché è la differenza che separa questo concetto da tutte le versioni ingenue dell’ambidestria.

Tre condizioni

Dominanza subita, simmetria imposta, lateralizzazione elettiva

Un lato del corpo può stare in tre condizioni diverse, e solo la terza è quella che ci interessa.

1. Dominanza subita. È la condizione di default, e la più comune. Un lato conduce quasi tutto, e non l’hai scelto: te lo sei trovato. Il segno che è subita e non scelta è semplice — prova a fare con l’altro lato un gesto qualunque e sentirai quanto è goffo, quanto «non parte». Il lato silenzioso non è incapace: è trattenuto, e tu non hai voce in capitolo.

2. Simmetria imposta. È la correzione ingenua: se il problema è avere un lato dominante, aboliamolo — rendiamo i due lati identici. Ma qui si butta via il bambino con l’acqua sporca. I due lati non fanno la stessa cosa in modo ridondante: il neuroscienziato Robert Sainburg lo chiama dominanza complementare — un lato si specializza nei gesti rapidi e diretti, l’altro nella stabilità e nel controllo fine. Cancellare la differenza non ti rende libero: ti toglie uno strumento. La simmetria non è la meta.

3. Lateralizzazione elettiva. La terza via non toglie né livella: elegge. Tieni la differenza tra i due lati — con le loro specializzazioni — ma guadagni la scelta di quale far condurre, quando serve. Il lato forte non viene indebolito; il lato debole viene connesso, così che entrambi restino a disposizione. Non un corpo simmetrico: un corpo reversibile.

È la stessa scala che misura il nostro test del lato: dominanza netta, dominanza mista, corpo bilaterale. La dominanza mista — lati diversi per gesti diversi — assomiglia alla meta, ma non lo è: resta dominanza distribuita, ogni gesto col suo lato obbligato. Manca l’unica cosa che conta: accorgersene mentre accade, e poter decidere altrimenti.

Il presupposto

Prima della scelta: la connessione

C’è una condizione che viene prima di tutto, e che a lungo abbiamo frainteso noi stessi. Non è vero che il lavoro sottrattivo presuppone quello additivo, né il contrario. Entrambi presuppongono la connessione — che non è né additiva né sottrattiva, ma la condizione di possibilità di tutte e due. Connessione, qui, è un’altra parola per bilateralità: la stessa cosa vista dai due lati.

Senti cosa vuol dire concretamente. Una catena connessa fa tre cose in ordine: carica (raccoglie la forza da un capo), trasmette (la porta attraverso il corpo) e depone (la scarica dall’altro). Un braccio che spinge un muro restando molle non carica nulla: la forza si perde per strada. Un lato che non riesce a lasciar andare una tensione è ancorato: non depone. In entrambi i casi non c’è catena — e senza catena non c’è alcun lato da eleggere.

Per questo la vera domanda d’ingresso non è «quale lato?», ma «c’è una catena?». Prima si guarda se il gesto carica, trasmette e depone; solo dopo ha senso chiedersi quale lato farlo condurre. La scelta viene dopo la connessione, mai prima.

Due vie

Come si arriva alla scelta: additivo e sottrattivo

Connesso il lato, restano due strade — complementari, non alternative. La via additiva costruisce l’abilità mancante con la ripetizione: si allena il lato debole al medesimo compito del forte. Il caso di scuola è il piede debole del calciatore, allenato a calciare come il forte — non un compito diverso, lo stesso compito dall’altro lato.

La via sottrattiva non aggiunge: libera una simmetria già presente, riducendo la contrazione cronica che tiene un lato in ostaggio. È il rilascio — il loosening del Taiji stile Yang, riletto in chiave bilaterale. Attenzione: non è «rilassarsi». La tensione non si spegne, migra: il tono è un prestito, non una proprietà. Si toglie da dove ostacola perché torni disponibile altrove.

Due vie, un solo fine: rendere il lato eleggibile. L’additivo dà al lato debole un’abilità che non aveva; il sottrattivo restituisce al corpo una simmetria che aveva e teneva bloccata. Entrambe finiscono nello stesso posto — la possibilità di scegliere.

Il correlato neurale

Il gate: cosa succede nel cervello quando «dai il permesso»

Quel «permesso» che il lato debole sembra aspettare non è una metafora: ha un correlato misurabile. Prima di un movimento, l’emisfero che comanda apre un varco — l’inibizione interemisferica si solleva — un attimo prima del gesto. Sul lato non dominante quel varco si apre tardi, o non si apre. È documentato da tempo (Ferbert 1992; Duque 2007; Liuzzi 2010-2011): la stessa asimmetria che senti come goffaggine ha, sotto, un’asimmetria di tempismo neurale.

Ascolta la differenza tra due parole che l’Educazione Bilaterale tiene distinte. Il gate è un evento discreto, brevissimo — lo scatto di uno scambio ferroviario, decine di millisecondi — che apre la via a un lato. Il modo è lo stato sostenuto che ne segue: un assetto, una guardia tenuta nel tempo. La lateralizzazione elettiva è poter aprire il gate che vuoi, quando vuoi — e tenere il modo che hai scelto.

Non uno stato

Non è uno stato, è un’operazione

Torniamo al punto lasciato in sospeso. Essere destrimane è uno stato: te lo porti addosso anche mentre dormi. La lateralizzazione elettiva no. Somiglia alla lucidità, o all’attenzione: la si esercita, si perde in un attimo di distrazione, si ristabilisce. Non è un trofeo che vinci una volta — «ora sono ambidestro» — ma un’operazione che ripeti: accorgerti dell’automatismo, sospenderlo, scegliere.

È il motivo per cui, nell’Educazione Bilaterale, lo schema corporeo — nel senso di Merleau-Ponty — non è una mappa fissa da possedere, ma qualcosa che si rimette in atto ogni volta. Il corpo non «è» bilaterale: lo diventa, per l’attimo in cui lo scegli.

Due controesempi

Il pianista e il robot

Due casi aiutano a delimitare il concetto, proprio perché non lo soddisfano. Il pianista ha una simmetria di abilità tra le due mani che pochi raggiungono: necessaria, verrebbe da dire. Eppure non basta. Si può essere virtuosi alla tastiera e restare del tutto incapaci di scegliere il lato che conduce fuori da quel gesto allenatissimo. La simmetria di destrezza non è elezione: è la condizione di partenza, non l’operazione.

Il robot è l’altro limite. Ha una simmetria bilaterale perfetta — i due bracci identici al millimetro — e proprio per questo è uno specchio vuoto: struttura senza storia, una simmetria che nessuna catena ha mai caricato e deposto. La lateralizzazione elettiva non è simmetria pulita: è una relazione tra due lati che hanno una storia, e che possono scambiarsi il compito. Il robot ha la forma e non l’operazione; il pianista ha metà dell’operazione e la crede completa.

Prova tu

Provalo tu

Il concetto si capisce in trenta secondi, ma solo col corpo.

Esperimento · 30 secondi

Metti un bicchiere sul tavolo, poco distante. Allunga la mano e prendilo — senza pensarci. Guarda quale mano è partita: è andata da sola, prima che tu decidessi. Quello è il gate che si apre sul lato dominante. Ora rimetti il bicchiere e prendilo di nuovo, ma con l’altra mano, di proposito. Senti il micro-ritardo, lo sforzo in più, il «permesso» che arriva tardi. Quel ritardo è il gate che non possiedi ancora. Accorgertene è il primo atto di elezione: hai appena scelto un lato invece di subirlo.

Domande frequenti

Domande frequenti

Cos’è la lateralizzazione elettiva?
È la capacità allenata di scegliere quale lato del corpo far condurre in un gesto, invece di subirne uno per abitudine. Non abolisce la dominanza né impone la simmetria: la rende una scelta. È un termine coniato dall’Educazione Bilaterale.

Che differenza c’è tra lateralizzazione elettiva e dominanza laterale?
La dominanza laterale è subita: un lato conduce tutto senza che tu lo abbia scelto, e spesso non riusciresti a farne a meno. La lateralizzazione elettiva mantiene la differenza tra i due lati ma ti restituisce la scelta di quale far condurre, gesto per gesto.

La lateralizzazione elettiva è la stessa cosa dell’ambidestria?
È ciò che l’ambidestria dovrebbe significare. Non essere ugualmente abili con due mani in modo ridondante, né annullare la dominanza in una simmetria imposta, ma poter scegliere il lato che conduce. La lateralizzazione elettiva è l’ambidestria intesa come scelta, non come doppia destrezza.

Chi ha coniato il termine lateralizzazione elettiva?
Il termine è stato coniato da Jacopo Fedeli nell’ambito dell’Educazione Bilaterale, a partire da una tesi sperimentale di filosofia e da un paper successivo. La ricerca ha un DOI Zenodo ed è consultabile nella ricerca.

Come si allena la lateralizzazione elettiva?
Prima si verifica la connessione — che esista una catena capace di caricare, trasmettere e deporre il gesto. Poi si sceglie tra due vie: quella additiva, che allena il lato debole al medesimo compito del forte, e quella sottrattiva, che libera una simmetria già presente riducendo la tensione cronica. Il percorso è descritto nel metodo.

In sostanza

In sostanza

Un lato può essere subito, livellato o eletto. La dominanza subita non l’hai scelta; la simmetria imposta butta via la differenza che ti serve; la lateralizzazione elettiva tiene la differenza e ti restituisce la scelta. Non è uno stato che si possiede, ma un’operazione che si compie — accorgersi dell’automatismo, sospenderlo, scegliere — e poggia su una sola condizione: che il lato sia connesso. È questo, e non la doppia destrezza, il cuore dell’ambidestria.

Se vuoi vedere da dove nasce, la trovi nella ricerca; se vuoi capire come si arriva alla scelta, parti da come diventare ambidestri.

Dalla parola al corpo

Un termine nuovo per una cosa antica: poter scegliere il lato.

Il concetto lo hai; il resto lo impara il corpo. Il primo passo è accorgersi del lato che conduce — e per questo c’è il metodo, e, se vuoi, una sessione insieme.

Vai al metodo