In breve. Ogni gesto nasce da tre scelte indipendenti del corpo: quale gamba sta avanti (guardia), quale catena muscolare scende nella gamba opposta (anteriore o posteriore), e in che direzione l’energia la percorre (dal basso in alto o dall’alto in basso). Tre scelte a due vie danno otto configurazioni, disposte attorno a un nono luogo: l’istante in cui non hai ancora scelto. Essere destri o mancini non è nessuna delle tre scelte, ma la loro combinazione — ed è la stessa struttura degli otto trigrammi dell’Yijing.
Quando ho cominciato a guardare da vicino come il corpo decide da che lato partire, non stavo cercando nessuna figura antica. Cercavo solo di contare: quante possibilità reali ha un corpo in piedi, prima di muoversi. Il numero che è venuto fuori — otto, disposte attorno a un centro — è lo stesso che una tradizione cinese disegna da millenni. Vale la pena raccontare come ci si arriva, perché la parte interessante non è la coincidenza: è il modo in cui il corpo ci arriva da solo.
Quante possibilità ha davvero un corpo prima di muoversi?
Il senso comune dice che il corpo ha due possibilità: destra o sinistra. Ma se guardi un gesto qualsiasi — un passo, una spinta, un colpo — le scelte separate sono tre, e ognuna ha due vie.
La prima è la guardia: quale gamba sta avanti. La seconda è la catena: quale linea muscolare scende nella gamba opposta, quella anteriore che passa dal davanti del corpo o quella posteriore che passa dalla schiena. La terza è il verso: in che direzione l’energia percorre quella catena, dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso.
Sono davvero indipendenti, e c’è un modo semplice per verificarlo: tieni ferme due scelte e prova a cambiare la terza. Se ci riesci, quella terza è una scelta vera e non il travestimento di un’altra. Tre scelte, due vie ciascuna: due per due per due fa otto.
Perché proprio otto? La scala del raddoppio
È esattamente il modo in cui l’Yijing costruisce le sue figure. Si parte da una linea che può essere di due tipi, intera o spezzata. Impilane due: quattro combinazioni. Impilane tre: otto. Ogni linea aggiunta raddoppia, perché può essere in un modo o nell’altro su ciascuna figura già esistente.
Quelle otto figure di tre linee sono i trigrammi, il bagua. E il corpo, contato per assi, fa la stessa cosa: guardia, catena e verso sono tre linee, ciascuna con due stati, e le loro combinazioni sono otto.
Dove sta la lateralità, se non in una singola scelta?
Qui c’è il punto che mi ha convinto che l’analogia non fosse decorativa. In un trigramma il significato non sta mai in una delle tre linee: emerge da come stanno insieme. Nel corpo succede lo stesso con la lateralità.
Essere destri o mancini non è la guardia, non è la catena, non è il verso. È la loro combinazione. Cambia una sola delle tre — anche solo il verso, tenendo fermo tutto il resto — e il lato si ribalta. Cambiane due, e torna com’era, perché due ribaltamenti si annullano.
Questo ha una conseguenza che va oltre la geometria: la lateralità non è una proprietà che il corpo possiede, è una relazione che il corpo tiene in piedi. E una relazione, a differenza di una caratteristica fisica, si può cambiare.
Che cos’è il nono luogo, il centro delle otto?
Nel bagua gli otto trigrammi si dispongono attorno a un centro, e quel centro non è un nono trigramma: è ciò rispetto a cui gli altri otto sono direzioni. Nel corpo è la stessa cosa, ed è un momento che puoi sentire.
È l’istante in cui nessuna catena è ancora accesa: la gamba è scarica, il movimento non è partito, e tutte e otto le configurazioni restano aperte. Chi sta per lanciare una palla e non ha ancora deciso dove, per un attimo è pronto a ogni direzione. Appena sceglie, le altre si chiudono. Quel prima è il centro — e nel metodo si chiama connessione.
Il bagua dimostra qualcosa? Una precisazione onesta
Vale la pena dire chiaramente che cosa questa corrispondenza non è. Non è una prova: il fatto che una tradizione antica abbia disegnato otto figure attorno a un centro non dimostra nulla su come funzioni un corpo oggi. E non è nemmeno un’adesione: qui non si praticano né divinazione né simbolismo.
È qualcosa di più modesto e, per me, più interessante: un linguaggio già pronto per una struttura che il corpo produce da sé. Quando conti le libertà reali di un corpo in piedi, ottieni otto stati e un centro. Che qualcuno, molto tempo fa, avesse già un modo elegante per scrivere quella stessa struttura, è una fortuna — non un argomento.
La prova, semmai, è un’altra: prendi il tuo corpo, tieni ferme due scelte, cambia la terza e senti se il lato si ribalta davvero. Se lo fa, la struttura regge. Se non lo fa, la figura antica non serve a salvarla.